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Guida al posizionamento dei siti web nei motori di ricerca

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Articolo del 30 gennaio 2003

Quando Google "banna"

Tutti i motori di ricerca possiedono tecniche volte ad individuare se un sito web fa uso di trucchi di posizionamento, ovvero di espedienti per aumentare artificiosamente l'attinenza dei suoi contenuti con alcune keyword e la popolarità del sito sul web.

Google, in particolare, è molto attento all'individuazione di queste tecniche "poco etiche" e arriva ad eliminare (bandire, "bannare") definitivamente dal proprio archivio i siti web che ne fanno uso.

Di seguito spiegheremo come capire se il proprio sito è stato rimosso dall'archivio del motore e come affrontare il difficile tentativo di tornare ad essere reinclusi dal motore di ricerca.

Porsi una domanda importante

Un ban da Google rappresenta la penalizzazione più grave che un sito web può ricevere. Non solo perché, come è ovvio, la scomparsa del sito dall'archivio di Google azzera il traffico proveniente da questo motore di ricerca, ma sopratutto perché è estremamente difficile "convincere" Google a tornare sui propri passi, riammettendo il sito web nel proprio database.

Proprio perché tale penalizzazione risulta estremamente pesante, Google stesso cerca di minimizzare tali interventi e quindi un ban da Google avviene generalmente in casi piuttosto rari, casi in cui un sito web ha fatto un uso spregiudicato di trucchi e tecniche di spam (cloaking, doorway, testo nascosto).

Il primo passo da compiere consiste nel domandarsi se effettivamente il sito ha seguito le linee-guida di Google oppure se ha usufruito di pesanti tecniche di spam.

Tranne rari casi, un ban non avviene mai per caso e un webmaster non può ricevere tale penalizzazione per aver inconsapevolmente fatto qualcosa di fastidioso ad un motore di ricerca. Il ban colpisce quei soggetti che hanno consapevolmente fatto uso di trucchi volti a migliorare la posizione sui motori di ricerca.

Ecco dunque che da un discorso strettamente tecnico come quello che stiamo trattando sorge una domanda di coscienza: "Le caratteristiche del mio sito sono state pensate per migliorare la navigazione degli utenti oppure per apparire più rilevante ai motori di ricerca?". Se il caso è il secondo, ci troviamo sulla buona strada per essere penalizzati.

Capire se si è stati eliminati

Innanzitutto, per essere eliminati dall'archivio è ovviamente necessario essere stati precedentemente inseriti in esso da Google. Tutte le considerazioni che seguono si riferiscono dunque a quei siti che sono stati presenti nel database del motore di ricerca per diversi mesi (3 o 4 almeno) e che apparivano normalmente nei risultati delle ricerche (indipendentemente dalla posizione).

Il primo sintomo dell'avvenuta rimozione del sito dall'archivio di Google consiste nel non riuscire più a vedere un suo riferimento nei risultati di una ricerca, nemmeno inserendo come termine di ricerca direttamente l'URL del sito web.

Per cui, se una ricerca sull'indirizzo del sito restituisce una pagina che afferma che Google non possiede alcuna informazione circa il sito inserito, questo risultato va considerato un primo campanello di allarme.

Al contrario, se a seguito della suddetta ricerca Google individua la pagina relativa alla URL cercata allora il sito è ancora presente a tutti gli effetti negli archivi del motore. È possibile che non appaia più in ricerche che prima lo rendevano visibile, ma questa variazione non è da imputare ad una rimozione del sito dall'archivio. È più probabile che si tratti di una variazione dei criteri usati dal motore di ricerca per stabilire la lista e l'ordine dei risultati.

Un secondo e importante segnale, che sostanzialmente fornisce la certezza dell'eliminazione del sito dall'archivio di Google, consiste nell'osservare la toolbar di Google mentre si visita il proprio sito e controllare se il colore della barra che indica il valore di PageRank è grigio. Un colore grigio significa che Google non possiede informazioni sulla pagina in questione e tale segnale, in coppia con quello illustrato nel paragrafo precedente, determina la certezza che il sito non è più presente nel database del motore.

Tuttavia, va notato che è pur sempre possibile che Google si sbagli o che stia passando una fase tecnica (come ad esempio quella mensile di aggiornamento dell'archivio) durante la quale le informazioni ottenute con i due metodi spiegati sopra siano in realtà falsate. È dunque opportuno attendere alcuni giorni, ad esempio una settimana, e rieffettuare i controlli, per vedere se qualcosa è cambiato. Dopo questo periodo di attesa, una ulteriore conferma porterebbe ad un'assoluta certezza del risultato.

Non tutte le rimozioni sono un ban

Le ragioni per cui un sito non compare più nel database di Google possono essere diverse e non necessariamente derivanti da una penalizzazione del motore di ricerca.

A volte, molto banalmente, il problema ha origini esclusivamente tecniche e un sito può essere eliminato dagli archivi per un errore. Se la ragione della rimozione è questa, per rivedere il sito archiviato spesso è sufficiente attendere che Google riaggiorni il proprio database, operazione che solitamente viene effettuata una volta al mese.

Esistono altre ragioni, tuttavia: un sito può essere rimosso dal database nel caso in cui la sua visita da parte di Google sia stata impedita da problemi tecnici del server web su cui il sito risiede. Quando il sito è irragiungibile, infatti, Google ritenta alcune volte la visita, nell'arco di alcuni giorni, e se i problemi di irragiungibilità permangono per molto tempo, il sito viene rimosso dall'archivio.

Per reinserire in Google un sito che ha subìto una rimozione per cause legate alla sua inaccessibilità, è necessario innanzitutto fare in modo che il sito web torni ad essere visibile su Internet e successivamente attendere il successivo aggiornamento del database di Google, magari in aggiunta ad una segnalazione del sito attraverso l'apposita pagina presente sul sito web del motore di ricerca.

Altre volte un sito viene rimosso dagli archivi in quanto non riceve più alcun link da altri siti. La tecnologia usata da Google richiede necessariamente che ogni sito archiviato sia integrato col resto del web, ovvero riceva uno o più link da parte di altri siti archiviati da Google. Se il sito riceveva pochi link e se questi pochi link sono scomparsi in seguito alla modifica o alla cancellazione delle pagine su cui i link risiedevano, Google può decidere di eliminare il sito dai propri archivi, fino a quando non troverà sul web nuovi link che puntino ad esso.

Le ragioni del ban, come visto, possono essere molteplici e non esiste una strada per essere sicuri della natura della rimozione se non chiedendo esplicitamente a Google, inviando una e-mail. Va tuttavia detto che non sempre il motore di ricerca risponde e motiva le ragioni della cancellazione di un sito dall'archivio; Google non garantisce alcuna risposta. Ma provare può essere una buona idea, specie in quei casi in cui non si comprende per nulla quale possa essere stata la causa dell'eliminazione.

Ritornare da un ban

Se la ragione dell'eliminazione è invece da ricercare nell'uso un po' troppo spinto di trucchi e tecniche per fuorviare il giudizio di Google, allora il problema si presenta davvero complesso. E la sua soluzione incerta e difficoltosa.

Ecco le operazioni da compiere:

  1. Rimuovere dal sito web tutte quelle caratteristiche che sono state usate per migliorare artificiosamente la posizione del sito nei risultati delle ricerche. Il che include: eventuali tecniche di cloaking, pagine doorway, pagine piene di keyword e nessun testo di senso compiuto, schemi di link creati col solo intento di rendere le pagine più attinenti ad alcune parole chiave, adesione a link-farm o ad altre iniziative per l'aumento "artificiale" della link popularity, testi e link nascosti (attraverso qualunque metodo), nomi di file eccessivamente lunghi e pieni di keyword. In una sola parola: tutto ciò che è o può sembrare un trucco. TUTTO. L'obiettivo è quello di mostrare un sito esente da tecniche di spam di qualunque genere.
  2. Spedire una e-mail (in inglese) a Google, all'indirizzo help@google.com , con subject "Reinclusion request", fare presente la propria situazione, specificare che il sito non contiene (più) caratteristiche poco gradite ai motori di ricerca e chiedere di essere riammessi.
  3. Sperare nel buon cuore dei responsabili di Google. In quanto il reinserimento in archivio non è garantito, nemmeno se ormai si "riga dritti".

Lo scenario illustrato non deve apparire esagerato: è estremamente realistico. A volte le difficoltà nel rimuovere tutti i trucchi utilizzati e l'incertezza nel venire riammessi spinge molti webmaster addirittura a realizzare un nuovo sito, con un nuovo nome di dominio, e a ricominciare tutto daccapo, abbandonando il sito vecchio. Se è questa la decisione su cui vi orienterete, il nostro consiglio è quello di costruire un nuovo sito esente dai difetti che gravavano su quello precedente, altrimenti si rischia di incappare nuovamente nel ban del motore di ricerca.

Effetti collaterali del ban

La scomparsa di un sito dal database di Google non procura problemi esclusivamente al sito web rimosso, ma rischia di causare inconvenienti anche estremamente gravi ad altri siti web.

Ad esempio, i siti web che ricevevano link dal sito rimosso, perderanno a seguito della rimozione una percentuale del proprio valore di PageRank. Questo effetto è una conseguenza del tutto normale e inevitabile, in quanto il PageRank di una pagina diminuisce col diminuire dei link che puntano ad essa. Gli effetti di tale diminuzione possono essere più o meno evidenti, a seconda di diversi parametri; a volte i cambiamenti saranno nulli, altre volte i siti che si sono visti privare dei link possono scendere di posizione nelle ricerche del motore.

Un secondo ed estremamente più grave effetto collaterale si manifesta a quei siti che offrivano link al sito rimosso. Google è molto chiaro al riguardo e dice testualmente: "In particolare, evitate link verso siti web spammers che usano trucchi di posizionamento in quanto ciò potrebbe influire negativamente sulla vostra posizione.". Più chiaro di così...

La ragione di questo secondo effetto collaterale va ricercata nel significato che Google dà ad un link. Per Google, un link è equivalente ad un "consiglio" dato agli utenti: il sito web che offre il link consiglia agli utenti la visita del sito web che riceve il link. E, come si può intuire facilmente, rischiare di "consigliare" un sito che fa uso di trucchi di posizionamento, può portare a conseguenze negative estremamente gravi. In questi casi la soluzione va trovata a monte: ogni volta che si offre un link ad un sito bisognerebbe accertarsi che il medesimo non faccia uso di espedienti sgraditi ai motori di ricerca.

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